domenica, aprile 05, 2009

"...sembra quasi che la notte non finisca mai e che io debba gia fare a meno della mia ombra"

Era ferma su quella panchina già da un' ora, o forse anche di più. Ma il tempo per lei non aveva alcuna importanza. Osservava ferma tutte le cose intorno, e senza riuscirci, cercava disperatamente di farle nuove. Purtroppo sapeva bene che di nuovo non esisteva niente, ne tanto meno riusciva a pensare che sarebbe dovuto esistere, non aveva ma creduto alla giustizia delle cose, ne al necessario compiersi dei fatti. Tutto ciò che sapeva, di cui era maledettamente sicura, era di essere sola su quella panchina, e la cosa le sembrava tristemente sufficiente. Guardava attenta tutto ciò che accadeva intorno, sorprendendosi a pensare che fosse tutto irreale, illusorio, lontano un milione di chilometri, come quelle vecchie pellicole in bianco e nero con quegli effetti troppo antiquati per avere un minimo di credibilità. Per un attimo chiuse gli occhi inclinando leggermente la testa in dietro, ma non si aspettava niente, aveva solo bisogno di far riposare un po' gli occhi. Sorrideva al pensiero che non sarebbe dovuta nascere lì, ma non riusciva proprio a trovare un posto dove sarebbe dovuta nascere, in fondo non aveva mai avuto nessuno interesse per nessun luogo, nessuna città che le fosse appartenuta, nessun posto che le fosse mancato. Niente di niente. Che cosa buffa però, la vita non faceva affatto per lei, eppure la incuriosiva tanto forse per questo la maggior parte della gente era solo una macchia informe, perché vivevano senza rendersene conto, dando la vita per scontato, mentre solo chi non ci era portato, a vivere, riusciva a vederne la curiosità. La crudeltà del mondo. Intorno a lei c' erano persone, vite anonime che si rincorrevano una dietro l' altra, piccole esistenze che scorrevano, tutte uguali, e lei che le guardava senza mai toccarle, senza che nessuna di loro toccasse lei. L' umanità. Non aveva mai capito bene cose significasse quella parola, cosa fosse poi l' umanità, cosa potesse mai accomunare milioni di piccoli esseri isterici che andavano tutti dalla stessa parte senza saperlo, senza capire, senza mai voltarsi verso gli altri che stavano di fianco. Per la prima volta forse riuscì a sentire chiaramente tutta la freddezza, tutta la desolazione di non appartenere a quella schiera di esserini, di non essere un membro dell' umanità. Non aveva mai visto così chiaramente la sua solitudine, la sua lontananza, la spietata evidenza della sua diversità. Nonostante tutto ne sorrideva, ma non aveva altro. Solo quel sorriso triste le rimaneva, solo quella piccola saggezza del tutto personale, che mai avrebbe potuto raccontare. Era tutto racchiuso in quel sorriso, sola su di quella panchina. Non aveva niente da rimproverare al mondo, ne a se stessa, questo almeno le sembrava un conforto, avere un rancore da indirizzare verso qualcosa o qualcuno spesso è solo un dolore inutile, e lei era da sempre si considerava abbastanza intelligente da saperlo bene. Di un tratto la panchina le sembrò sconfinata, pericolosamente infinita, troppo grande per un corpicino piccolo come il suo. Si ritrovò a guardarsi le mani con un forte imbarazzo, con la voglia matta di andarsene via, il dove non aveva nessun importanza, bastava allontanarsi da quella maledetta infinita panchina, bastava che la sua piccola presenza non fosse così evidente, così chiara da poter essere notata. Bastava andarsene, da qualsiasi parte ma andarsene. Si alzò cercando il più possibile di preservare un' aria indifferenze, sorpresa da quella stupida premura, da uno scrupolo tanto immotivato quanto infantile. Fece qualche passo poi si fermò, respirò piano a pieni polmoni, riprese un po' di calma e riguardò tutto quello che le stava intorno. Aveva sempre cercato di capire chi stese dalla parte del giusto, chi avesse ragione, se lei o il mondo, e solo lì si accorse di quanta ingenuità ci fosse in quella ricerca. Invidiava ogni singola persona che vedeva muoversi intorno, solo ora riusciva a non vergognarsene, e per un istante le parve di aver compreso tutto. Ma oramai non aveva nessuna importanza. Non poteva condannarsi, e non poteva condannare neanche l' umanità, ed era stanca, inesorabilmente affaticata. Aveva voglia di perdonare, e di riposarsi. Cominciò a camminare senza accendere l' ipod, voleva sentire il mondo, almeno per una volta, poi forse sarebbe successo qualcosa. Aveva deciso che almeno per un po' si sarebbe concessa il lusso di potersi sorprendere, e le sembrava una enorme conquista. Le venne in mente il verso di una vecchia poesia e riuscì a sorridere senza tristezza mentre camminava fra la gente.

lunedì, marzo 23, 2009

questa notte

SENZA TITOLO

Meravigliosamente
le cose restano tali,
come se il sopraggiungere
degli eventi possa finire.
Sarei più felice
se avessi la capacità
di confondermi
e di resistere alla
mia immaturità.
Vorrei potermi
voltare e sapere
il resto come rimane.
Poter osservare le cose
lì dove noi non
guardiamo affatto.
La consapevolezza
di essere dove sono
non mi dà la gioia
che vorrei.
Ma d’ altra parte
l’ attesa sembra
l’ unica via di fuga.
Il buio si osserva
talvolta con occhi
migliori se vi è
altro da guardare.
E non posso che
notare l’ assenza,
rivedere la mancanza
già sopita di ciò
che mi è dietro
come se non l’ avessi
incontrato mai.
Ma riappacifico
lo spazio intorno con
tutto quello che so.
Meravigliosamente.

...scritta ora, dieci minuti fa. Immaginare a volte ci rende svegli. Eccola a voi.

giovedì, febbraio 26, 2009

per ora mi guardo indietro.........

LETTERA ALLA PICCOLA AMICA (titolo)
Niente passa o si dimentica,
per sempre resta qualcosa.
A volte sembra di rivederle,
e forse le rivedi davvero.
Senza sapere mai perché.
Tutto in una grande nostalgia.
Chissà se hai mai nostalgia
Di ciò che non hai vissuto come me?
Fuori piove,
che bel rumore che fa.
Fa compagnia e sembra voler
dire ci sono anch’ io,
non sei solo. La solitudine!
Forse non si è mai
veramente soli, sarebbe bello.
Ci sono giorni in cui
vorresti sprofondare nel buio.
Solo.
Altri in cui ti senti solo
fra un milione di persone
ed è la cosa peggiore.
La vita non è mai semplice.
È una strana compagna. Dispettosa.
Ma forse ci vuole bene.
Quelli come noi non sempre
riescono ad amarla.
Ma forse è giusto così.
Chissà se la ricorderemo la vita.
È bello scriverti piccola amica,
magari un giorno ti scriverò
anche una poesia.
Il rumore della pioggia ormai
è quasi come il silenzio.
Vorrei poterlo scrivere,
ma come si scrive il silenzio?
Il sono mi osserva muto
mentre ti scrivo queste righe.
Tra un po’ se ne andrà.
Spera che lo segua.
Magari ci tenterò,
ma non ho tante speranze.
Quando potrò forse ti
verrò a trovare,
ma per ora accontentati
delle mie parole e cerca
di immaginare il suono
della mia voce.
Ti racconterò tante
favole piccola amica.
Non temere.
Tutte ricche,
belle e cullanti, di eroi
e pazzi, di folletti e di
poesie e di fiori.
Fiabe di streghe e magie,
di amori persi e fantasie.
Ora ti mando un saluto
in dono piccola amica,
e l’ augurio che il cielo
possa seguirti.
Salutami chiunque tu
voglia e parlagli di me
se vorrà ascoltare.
Torno con gioia a salutarti,
e con rispetto a ringraziarti.

...ora guardo dietro di me. Tempo fa pubblicai la SECONDA LETTERA, ecco a voi la prima. Sul silenzio, le parole, le scuse e l' imprese. Tornerò a scrivere più assiduamente i racconti, ma per ora ecco il tutto.

mercoledì, febbraio 18, 2009

sul viaggio, o ciò che pare

SECONDA SENZA NOME (titolo)
Vieni qui con me
alla casa del Diavolo
dove la pioggia non bagna i vetri.
Perditi nelle sue stanze dove
non si sentono le urla.
Vieni alla casa del Diavolo
dove il buio è un fuoco che brucia.
Il Diavolo ride e noi ne siamo
i commensali. Senti.
Tutte le stanze sono specchi,
scegline una e pensa che sia vera,
mentre tutte le lacrime cadranno.
Ci siamo noi qui, dove non ci sono
finestre e non c’ è Sole,
dove ogni porta è un ricordo.
Di fantasia ed aria.
Dove anche la morte sembra
sorridere. Qui.
Vieni alla casa del Diavolo.
Vieni alla casa del Re.

...fra le prime che ho scritto, con i primi avvisi di instabilità. Su ciò che pare. Esiste anche una "PRIMA SENZA NOME", ma è un' altra cosa.

domenica, febbraio 01, 2009

"lascio che le cose passino e mi sfiorino, perché non sono ancora in grado di comprenderle"

La discriminante dimostrazione della propria esistenza arriva fredda, come immaginare il senso di tutto quello che sembra motivare la verità. L' in essenziale idea di noi stessi si manifesta nella nullità di una notte svegli. Allora il percepire è l' unica salvezza, come il correre. Ci si potrebbe domandare la ragione per cui la notte non commette violenza sulla nostra pelle, la ragione di tanto silenzio intorno il suo venire. Farsi sfiorare per sentirsi vivi, per convincersi di essere liberi, per riuscire a credere che l' aria bruciata dai polmoni poi sia vera, dignitosa, come la ragione del nostro essere lì in quel momento, come giustificazione della nostra perpetua presenza sul mondo che ci sembra tremendamente innaturale. Guardare fuori può sembrare troppo, immaginativo, uno splendente sogno. Lontano. Fino al punto di fermarsi e dubitare che sia giusto che le cose arrivino, se sia giusto farsi trovare. Gli occhi sembrerebbero proprio i nostri, mentre tutto quello che ci circonda ci lascia inermi, tremendamente assenti. Quindi ha senso comprendere? La simmetria apparente della nostra immagine presuppone una contro partita, una piccola proiezione di noi stessi nelle persone che ci circondano. Ma non ci sembra giusto. Come guardare da fuori qualcosa standoci nel mezzo, voler vedere la facciata di un grattacielo affacciandosi da una delle sue finestre. Allora il globale non ci serve più, non riusciamo più a crederci, ricercando una piccola risata in una qualunque delle bugie che abbiamo detto. Come l' enorme imbarazzo nello scoprire che quelle bugie non erano bugie. Bastava odiare per sentirsi vivi, bastava regalare il peggio di noi, che se uno può sbagliare può anche vivere ed essere reale. Ma poi il tempo ci insegna che essendo l' unica cosa vera l' odio, è anche la più dignitosa delle terminazioni. Le cose passano, prendendosi gioco del nostro terrore, la paura che tutto possa essere per sempre. Le parole in processione per riempire gli spazi vuoti fra la nostra coscienza e le nostre anime rivelano l' ambizione sporca di esistere, di percepire un dovere nella nostra esistenza, una giustizia piena che ci dia ragione di stare in qualche luogo. L' idea di poter dare uno schema che chiuda tutto in una logica, definendo la sua simmetria come la nostra non ci permette di comprenderle, ne ce ne da il diritto. Quindi lascio che le cose passino, che mi sfiorino per riuscire a guardarle da lontano senza sentirmene partecipe, senza che la stupida arroganza di esserne il motivo di coinvolga. Mi siedo e fermo l' aria, stando attento a dove terminano i miei confini. Chiamandomi per nome, non avrò il coraggio di rispondere. Lascio che le cose passino e mi sfiorino, perché non sono ancora in grado di comprenderle.

venerdì, gennaio 09, 2009

notate bene.....

Allora signori ho dato una sistematina al mio racconto a puntate (un' idea folle). In primis il titolo "Come illudersi di ritornare" che vedrete scritto, in più ogni puntata ha un sotto-titolo, anche quelle vecchie, e le potete trovare tutte sotto l' etichetta "a puntate". Siamo a quota sei, ma finiranno poiché il racconto ha una fine, quindi non saranno infinite, penso di farne una ventina più o meno. Questo è tutto, spero vi piaccia.

un' idea folle-puntata 6 (Come illudersi di ritornare)

Ecco a voi.......

SECONDO INTERMEZZO. SULLA PIOGGIA
D è in piedi, guarda fuori. E' notte ma non dorme, gli sembra normale. Piove, un inaspettato temporale estivo. E' ancora vestito, ed anche questo gli sembra normale. Guarda fuori, la pioggia sulla strada, sulle case. Non vede le cose, non vede niente, solo la pioggia. Il resto non conta, non c' è. Il rumore delle gocce copre tutto, dà senso a tutto. Il cadere, il perdersi della pioggia in quello che ci sta attorno è confortante. Rassicura. Sembra giusto. D resta fermo, non ha bisogno di nulla. Quel cadere pone tutto nella giusta misura. Pensa che tra qualche ora la pioggia smetterà ed il sole invaderà tutte le case. Si convince che non ha senso parlare di motivi, di perché, di ragioni. In quel momento la pioggia è la ragione, è il motivo. Si sente partecipe al posto in cui si trova, al cadere delle gocce, al rumore, al bagnarsi. Esce sul balcone. Si sente meglio. Pensa di stare nell' unico posto in cui deve stare. Lui è lì, e non lo ha scelto. Questo almeno non possono prenderselo. Pensa alla madre, sveglia nell' altra stanza, pensa alla bara, a tutta quella gente in fila. I motivi non hanno senso, non più. Risente le parole della madre, scandite da ogni goccia. Si fa accarezzare dal lieve vento che accompagna il cadere, e comprende. Realizza di aver capito, di aver compreso. Ora accetta, ora sa, ed intanto si lascia cadere la pioggia sul viso. Il viso bagnato lo rende presente, partecipe, legato a tutto il resto. Guarda verso le case, verso le strade, e non sente più il risentimento. Non vede la loro solitudine, vede solo la pioggia che ci balla in mezzo, vede il loro immergersi nelle gocce, nell' acqua. Un posto come un altro. In fondo una notte come altre, questo ora può pensarlo. Attende che il temporale piano cominci a smettere. Resta fermo godendosi le ultime gocce sul viso. Quella pioggia è il suo pianto, lo sfogo di cui aveva bisogno e che la notte ha avuto per lui. Persino la luce che comincia timida a farsi vedere non gli da più troppo fastidio, la comprende, la giustifica, la perdona. Ha perdonato l' estate, il tempo, se stesso. Tutto nella pioggia che come un sorriso un po' triste lo ha coperto. Attende un altro po' prima di rientrare per cambiarsi. Decide che quella camicia non la indosserà mai più e la ripone con cura, senza asciugarla, in un cassetto vuoto.

lunedì, gennaio 05, 2009

ancora una

CANTO SULLA GIUSTIZIA E SULLA ESPIAZIONE(titolo)
Non vi è odio in me
e mi dispiace,
non un filo di vento
ma è tutto calmo.
Solo amaro ed un po’
di bruciore agli occhi.
Ma non mi da niente!
Non mi rimane.
Solo polvere fra le
mani ed addosso.
Dimenticata.
Come le parole,
perse, vuote, lungo la strada.
Persino questo mi
hanno portato.
Il cuore pieno di paglia
senza più spazio.
Tu che credevi di colpire.
Conserva pure tutto
e spendilo per chi verrà.
Il tempo fa giri immensi
ma non ritorna.
Tanto non lo riconoscerei.
Nemmeno il sollievo del
rancore rimarrà fra noi.
Quando crederai di
poter tornare avrai
il tuo riscatto.
Ma non servirà.
Mi volterò per cercare
altro vento.

...le feste sono spesso un periodo di ricordi e di rincontri. Io nel mio ho confermato ciò che sapevo già, che certe cose non si possono riparare e certi amici non si recuperano. Quindi una poesia sulla rinuncia, sul distacco di quando questo distacco è avvenuto. A voi se vi va.

solo un grazie sincero.



Un post breve solo per ringraziare chi con questo premio mi considera libero, cosa che mi rende felice poiché la libertà è la mia ricerca ed ho spesso la pretesa di pensarmi come un uomo libero. Quindi un grazie a Elsa che ha voluto premiarmi.

lunedì, dicembre 22, 2008

ritorno con un' altra........

(SENZA TITOLO)
Non temere
piccola mia,
sgocciola ancora
sangue dai miei
poveri polsi,
e presto ne
riceverai dell’ altro!
Solo il tempo
di riempire
calici migliori!
E voi altri non
abbiate timore
per i vostri
sorrisi anzi
nascondete le
lacrime inutili
che non dicono
più niente!
Mi dispiace
ma non è
vostra la terra
che mi sporca
le dita.
Le vostre
candele senza
colore non
illumineranno
il buio della mia
morte e non
sarà la tua voce
ad accarezzare
il pianto!
Solo perdona
il fatto di non
potermi toccare,
e non vedendomi
ricorda la
mia presenza
senza alcuna
volontà di dolore.

.....scritta un po' di tempo fa, un paio d' anni, ma a cui tengo tanto. Eccola a voi.